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Agosto 2019: La storia di Germain

“Il mio nome è Arimanana Ramila Germain Victory, sono il quarto figlio di miei genitori.

Il mio Papà è morto nel 2017 quando ero al secondo anno al liceo e la mia Mamma è ancora vicina a me. Prima della morte di mio padre, chiesi ai miei genitori di poter continuare a studiare anche dopo la scuola. Mi dissero che se avessi continuato a prendere buoni voti mi avrebbero aiutato.

Nel 2018 ho ottenuto la maturità, ma la mia Mamma non aveva la possibilità di finanziarmi l’università e la mia sorellina in quel periodo accedeva alla comunità Provvidenza. Così ho deciso di cercare un lavoro per aiutare la mia famiglia: ho lavorato con le donne che fanno la propaganda elettorale e ho insegnato Storia e Geografia al Liceo Coranica a Marovoay. Nel maggio 2019 ho fatto l’interprete per aiutare un medico volontario italiano: ho tradotto le sue parole ai pazienti e anche ai dottori. Dopo il suo ritorno in Italia ho continuato a insegnare al liceo.

Mi sarebbe piaciuto studiare il Diritto, perché qui in Madagascar ci sono tantissime persone, come è successo anche nella mia  famiglia, che soffrono ingiustizie e corruzione. Lo scorso anno ne ho avuto l’opportunità. Qualche giorno prima di tornare in Italia, Fabrizia mi ha detto di voler finanziare i miei studi, con l’aiuto dei suoi genitori, tramite l’associazione Misaotra. Insieme siamo andati a Mahajanga per prendere informazioni sull’Università.

Dal 2 dicembre 2019 frequento i corsi all’Università ICND, sono al primo livello di Diritto: i professori sono molto bravi e abbiamo a disposizione una struttura con molte aule, una biblioteca e una sala di informatica. Le giornate sono piene, frequento le lezioni dalle 6.30 del mattino alle 17.30 del pomeriggio: ogni mattina iniziamo con degli esercizi per imparare a parlare davanti a tante persone. Tutti gli studenti parlano molto bene in francese e nella mia classe siamo 11 ragazze e 4 ragazzi. Questo per me è molto strano, perché al liceo le ragazze erano poche. Molte non studiavano perché dovevano restare a casa a badare ai figli e ai fratellini.

Non ho mai sognato di vivere lontano: mi piacerebbe viaggiare, ma tornerei sempre qui nella mia terra. Voglio essere qui per vedere, un giorno, il Madagascar diventare uno Stato che abbia come modello la pace e la tranquillità politica e sociale. Tutto questo mi ha spinto a scegliere la facoltà di Giurisprudenza: potrei diventare avvocato, amministratore civile o commissario di polizia e contribuire a migliorare questo paese, insegnando a tutti l’importanza del rispetto dei diritti.”

Germain Arimanana

Sono arrivata a Marovoay il 3 agosto 2019. Durante tutto il periodo trascorso in Madagascar, il tempo per me ha cambiato ritmo. Ho imparato l’importanza di vivere il presente, assaporandone ogni istante. “Il tempo – così come la morte, che è parte del tempo – è un’invenzione degli occidentali: è il vostro modo di concepire la vita”, mi spiegò una volta Padre Moise. Nulla di più vero. Da questa parte di mondo, finiamo inevitabilmente con l’essere perennemente proiettati nel futuro, sempre affannati per quel che sarà. E così dimentichiamo che il momento che viviamo è, infondo, tutto quello che abbiamo. A me lo ha ricordato il mio amico Germain, una delle tante sere in missione passate a chiacchierare. Mentre riflettevo ad alta voce sul tempo che passa, lui mi ha guardata e mi ha detto: “La vita siamo io e te che beviamo questa birra, adesso, guardando il sole che cala”.

Germain è stata la prima persona di Marovoay che ho conosciuto. Padre Bruno lo ha presentato a me e Ilaria perché parla molto bene l’italiano. E non perché l’abbia studiato a scuola. No, lui l’ha imparato da solo, leggendo un libro trovato in biblioteca e ascoltando i vari volontari italiani passati di qui nel corso del tempo. Con lo stesso “metodo” ha imparato anche l’inglese, il francese e lo spagnolo.

Mi è stato simpatico da subito. Germain è una di quelle persone che non dicono nulla per caso. È molto riservato, ma se un argomento gli interessa fa tante domande, finché non lo ha approfondito a sufficienza. Affronta ogni cosa con senso critico e non si ferma fino a quando non trova le risposte che cerca. Con lui si può parlare di tutto, dall’astronomia all’economia, dalla filosofia alla religione.

Per settimane ci ha portare in giro per tutto il villaggio, insegnandoci a capire la sua terra, le sue tradizioni e la sua cultura. Ho imparato a guardare il Madagascar attraverso i suoi occhi, andando oltre la mia personale percezione.I primi giorni al mercato mi chiamavano “vasa”, che significa straniera. Non è facile inserirsi in una comunità quando sei “diverso”, magari perché la tua pelle è di un altro colore. Puoi sentirti giudicato e avere difficoltà a comunicare con tutti, a farti accettare. Germain è riuscito a mostrarmi quanto sia facile abbattere pregiudizi ed etichette. Sono bastate poche parole: “Non vasa. Lei si chiama Fabrizia”. È stato con me, presente fin dal primo giorno. Mi ha ascoltata e mi ha conosciuta. Così come io ho ascoltato e conosciuto lui. Siamo diventati amici e scrivere “nonostante le differenze” non sarebbe corretto. Le nostre differenze non hanno fatto altro che arricchirci.

Mi ha raccontato tutta la sua storia uno degli ultimi giorni. Ha dovuto interrompere gli studi dopo il liceo perché, con la morte del padre, i soldi destinati alla sua retta universitaria (l’equivalente di due mesi di abbonamento in piscina qui in Italia) sono serviti al sostentamento della sua famiglia. Ha iniziato a fare lavoretti di ogni tipo per poter mantenere la madre e la sorella. Di lì a poco sarei partita con Padre Bruno per Mahajanga, la grande città più vicina a Marovoay, e così gli ho proposto di venire con me per prendere informazioni sulla facoltà di Giurisprudenza, senza preoccuparsi di come pagare la retta. Avevo capito che le sue inclinazioni lo avrebbero portato in quella direzione. Proprio la mattina precedente mi aveva detto: “Fabrizia, io non voglio studiare per andarmene lontano. Io voglio studiare per saperne di più, per diventare competente e per poter fare qualcosa di concreto per il mio paese. Se tutte le persone preparate se ne vanno, chi resterà a cambiare le cose in Madagascar?”. Ci ripenso costantemente.

Credo sia stata questa profonda voglia di conoscere a spingerlo a venire con me. Non dimenticherò mai quel giorno e la felicità che provammo entrambi nel prendere i moduli per l’iscrizione. In quella parte del mondo non esistono possibilità: non puoi preoccuparti di scegliere chi vuoi essere o chi vuoi diventare, se non hai l’acqua potabile. Per la prima volta Germain stava facendo qualcosa per se stesso, assecondando quello in cui crede.  Più tardi siamo finiti vicino al grande baobab della città – uno dei più grandi e antichi della zona – a guardare il mare e a chiacchierare, come sempre.

L’ho aiutato e continuerò a farlo, perché questo è essere amici. Sostenersi. Viversi. Esserci.

Fabrizia Cesarano

 

   

 

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